Ho cambiato idea (Joni Mitchell)

Joni Mitchell. Da dove cominciare? Comincero’ con il fatto che non mi e’ mai piaciuta, e ce ne e’ voluto per auto-convincermi a farmela piacere, e poi a piacermi veramente. Joni Mitchell e’ una di quegli artisti a gorgonzola stagionato: possono essere apprezzati solo ad una certa eta’ (di essere umano intendo, non di stagionatura del gorgonzola). Bisogna aver vissuto una certa quantita’ di insoddisfazioni, amorose e non, affinche’ i testi di Joni Mitchell comincino ad avere senso. Bisogna aver conusciuto una certa quantita’ di umanita’ un po’ avarita per ascoltare le sue parole e dirsi “Ah, Joni, quanto ti capisco”.

La prima introduzione a Joni Mitchell avviene per me in Ighilterra durante il mio primo anno di College. In Inghilterra se sei un musicista (soprattutto di jazz) e ascolti musica “allegra” vuol dire che non hai un palato abbastanza raffinato. “Cheesy”, letteralmente “formaggioso/a”, in senso astratto pesante, stucchevole, pacchiano, e’ il termine “tecnico” dato dagli Inglesi alla musica (o in generale ad ogni altro atteggiamento o cosa) allegra. Per non sfigurare, quindi, di fronte ai miei nuovi colleghi, ho eliminato tutta la musica incriminate dal mio iPod per sostituirla con musica appropriatamente più dimessa. Ed e’ qui che e’ entrata in gioco Joni Mitchell.

Non la sopportavo. Sono cresciuta ascoltando Elle Fitzgerald e la sua voce calda, che ti abbraccia in una stretta confortante e muscolosa, come un giocatore di pallacanestro. Con Joni Mitchell era come essere abbracciati da una vecchina con l’ artrosi. Ma dato che ero determinata a farmela piacere ho sottoposto Joni Mitchell al test estremo: ho cancellato l’ intero contenuto del mio lettore mp3, ho caricato un solo album, Blue, e me la sono portata in vacanza a Barcellona. Solo io e Joni Mitchell per un weekend.

E una volta oltrepassata la barriera estetica e psicologica, data del fatto che la sua voce non fosse quello che ero abituata a sentire, ho iniziato ad interessarmi al contenuto. E frase dopo frase, la fragilita’ vocale e lirica di questa donna mi ha completamente vinta.

I wish I had a river I could skate away on

Vorrei avere un fiume su cui poter pattinare via

Il desiderio di fuggire, di liberta’ e indipendenza che si comincia a sfiorare a vent’anni.

But when he’s gone…The bed is too big, the frying pan too wide

Ma quando lui se ne va…il letto e’ troppo grande, la padella troppo larga

La poesia (forse un po’ Montaliana) delle piccole cose, della quotidianita’.

I could drink a case of you darling and I would still be on my feet

Potrei bere una cassa intera di te, tesoro, e starei ancora in piedi

L’ insaziabilita’ dell’amore.

Tutti questi temi hanno incominciato a risuonare con il mio vissuto. E quando uno un artista riesce a fare questo, non ho bisogno di altro.

La mia prescrizione e’ la seguente: andate a Barcellona ad ascoltarvi Joni Mitchell. Vi concedo di utilizzare questa scusa.

In alternativa, ascoltate almeno questo arrangiamento fatto da Herbie Hancock (se come me siete abituati alle voci “da pallacanestro”).

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