Ritorno in Italia, giorno 105: mangiare

Quindici Martedi’ fa tornavo a dormire nel mio letto dei diciott’anni, a tempo indeterminato. Trascorso il piacevole limbo vacanziero dei mesi estivi, comincio ora ad avvertire le prime disparita’ culturali, le prime sincopi nello svolgimento della quotidianita’, l’anello che non tiene e rivela alcune sostanziali differenze fra la mia vita degli ultimi sei anni e quella di ora.

E’ necessario pero’ premettere che abito in una piccola citta’, immersa in una fetta di palude del Nord Italia. Tornarci non e’ stato esattamente come tornare nella via Gluck. La’ dove c’era l’erba c’e’ ancora l’erba, o meglio, una rotonda con due metri di erba dentro. Nessuno shock da cambiamento del mio habitat giovanile, quindi. Tuttavia l’immutata amenita’ del paese porta con se’ degli inevitabili disagi in varie aree dell’esistenza, prima fra tutte il cibo. E anche se non c’e’ giorno in cui non mi svegli ringraziando di poter fare colazione con cappuccino e brioches come e’ nella mia natura di Italiana, sono conscia di aver sviluppato altre esigenze alimentari di derivazione tipicamente Inglese.

E’ per me inconcepibile, ad esempio, avere al supermercato una scelta limitata a te’ verde, “English breakfast” e camomilla. Prevedo gia’ la necessita’ di viaggi di ritorno in Inghilterra per il contrabbando, personale, di questa bevanda nelle sue piu’ svariate manifestazioni. Un’assenza particolarmente sentita e’ quella di un variegato reparto etnico. La penuria di salse da stir-fry, curry e cibo thai e’ un vuoto incolmabile, soprattutto per l’incapacita’ pratica di riprodurle artigianalmete.

Questa mancanza potrebbe essere sopperita dalla presenza di una corrispondente offerta di ristoranti. Ora, il mio criterio personale di giustificazione di uscita al ristorante implica che il cibo offerto sia troppo lungo, complicato o elaborato da preparare a casa. In altre parole, se devo investire in un ristorante mi si devono proporre cose che non avrei il tempo, l’abilita’ e la pazienza, in sintesi lo “sbattimento”, di preparare da me. Pertanto la frequentazione settimanale di un ristorante Indiano sarebbe perfettamente giustificabile, soprattutto in luce di questa abitudine culinaria ereditata dagli Inglesi. Tristemente le mie immediate vicinanze offrono solo la classica combinazione cino-japponese o pizza in quanto ad intrattenimento alimentare. E tuttavia non e’ esatto dire che l’Italia sia priva di risorse umane di provenienza dal Sud-Est asiatico. Perche’, ad esempio, la prolifera comunita’ di venditori ambulanti di rose non puo’ essere riqualificata nella ristorazione? La mia speranza e’ di vedere presto l’arrivo di un messia culinario che converta i venditori di rose; anche perche’ tra crisi, morte del romanticismo e post femminismo credo sia una professione che ha ben poca ragione di esistere.

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