Due minuti di…

La rabbia e’ un sentimento utile. Ci fa capire quando qualcosa non ci piace affatto. Ci arrabbiamo quando c’e’ la coda in tangenziale, quando il wifi si blocca e quando arriva una multa. Io mi arrabbio quando non c’e’ il latte intero in frigo, quando incrocio un talent show facendo zapping e quando i ragazzi sputano sul marciapiede. La rabbia e’ molto utile perche’ ci dice istantaneamente, dal profondo, cosa consideriamo sbagliato. La rabbia ci difende. Ci permette di reagire ad una minaccia.

La rabbia pero’ non e’ un sentimento utile quando e’ l’effetto (e causa) di una tragedia sociale, culturale e politica che ci riguarda tutti. Perche’ questa rabbia, a braccetto con la paura, diventa un’arma molto potente, ma che non e’ piu’ in mano nostra. La nostra rabbia, indifesa, diventa supporto e propaganda per chi dalla rabbia costruisce le fondamenta del proprio potere. In 1984 la visone distopica di Orwell vedeva la societa’ impegnata in una strana pratica sociale chiamata “Due minuti d’odio”, in cui i cittadini venivano invitati ad alimentare, piu’ che esorcizzare, il proprio odio per il “nemico”. Questa attivita’, meticolosamente ideata dal Governo, era quindi sfogo e giogo che manteneva in circolo nel sistema della societa’ quel tanto di rabbia e paura necessari a far sentire il bisogno di un governo autoritario, forte, protettore.

Alla notizia dei nuovi attentati di Parigi, dopo lo shock, lo sgomento e la preoccupazione per le vittime, e’ questo quello che ho pensato. Che il pericolo piu’ grande non fosse quello della minaccia di nuovi attentati. Ma che questa paura e rabbia sarebbero stati terreno fertile per una consenziente richiesta di controllo ai nostri (nel senso di occidentali) governi. Perche’ anche se i terroristi sono gli “altri”, ed e’ meno doloroso pensare che dal terrore siano i soli a trarre giovamento, la nostra paura fa gola anche a casa. A chi e’ (o vorrebbe essere) al potere, e non vuole fare della compassione e della valorizzazione della diversita’ i sentimenti dominanti perche’ e’ troppo difficile e ci vuole troppo tempo. E perche’ l’aggregazione rafforza la base della montagna, non da potere a chi sta sulla vetta.

Ho cercato di pensare a qualcosa di non retorico da dire, e forse non cel’ho fatta. Ma se mi si chiedesse quale convinzione hanno rafforzato in me questi eventi sarebbe la seguente. Che e’ importante ricordarsi sempre che non c’e’ un “noi” e gli “altri”, e che se provare compassione fosse piu’ facile che provare rabbia sarebbe un mondo molto diverso.

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