C’era una volta la scuola

Studiarono, fecero la maturita’, si laurearono, trovarono un lavoro a tempo indeterminato, e vissero per sempre felici e contenti”. La favola della buonanotte che ci e’ stata insegnata, quella con cui la scuola ci ha cullato ogni giorno per tredici anni, promettendoci un risveglio luminoso e ricco, non si e’ avverata. Chi si e’ svegliato tentando di entrare nel mondo del lavoro negli ultimi dieci anni lo sa bene. Eppure sembrava un ragionamento incontestabile, una biblica promessa di redenzione: non peccate e andrete in Paradiso, studiate e troverete lavoro.

Purtroppo mentre il mondo, ed in particolare quello del lavoro, si trasformava irriconoscibilmente, all’interno della scuola nulla e’ cambiato. Le stesse materie, gli stessi contenuti, gli stessi insegnanti, la stessa promessa, inattendibile. Arroccati nelle loro cattedrali di sistemi e impieghi statali, nessuno si e’ posto il problema di dare un nuovo significato alla scuola, riaffermando il suo valore, inestimabile, nella societa’. Ma, ancor piu’ grave mancanza, nessuno si e’ sentito in dovere di spiegare agli studenti in primis quale sia il senso della scuola.

Da studente nessuno mi ma ha mai spiegato perche’ dovessi andare a scuola. Fortunatamente un tristemente precoce senso del dovere, una forte attitudine alle materie umanistiche e abbastanza pelo sullo stomaco da digerire quelle scientifiche, mi hanno permesso di attraversare indenne e noncurante gli anni della scuola. E tuttavia, come credo l’imbarazzante maggioranza se non la totalita’ degli studenti, io non sarei stata in grado di fornire una motivazione etica alla mia presenza nell’edificio scolastico.

Perche’ si deve andare a scuola l’ho capito quando sono diventata insegnante. Quando ho visto un ragazzino di terza media, che immagino non sapesse trovare il Do su di un pianoforte, costruire da solo una composizione dubstep con un software al computer, chiamare orgoglioso i suoi compagni per fargliela ascoltare, allora ho capito a cosa serve la scuola. La scuola e’ una grande borsa di Mary Poppins, da cui ognuno puo’ tirare fuori qualsiasi cosa. E’ tutto li’ dentro, tutti gli “attrezzi” che potranno servire nella vita; ma bisogna che chi pesca dalla borsa li sappia trovare, e chi tiene la borsa metta dentro gli attrezzi giusti. E’ dovere dell’insegnante spiegare che non si legge “1984” di Orwell perche’ “e’ nel programma, e si deve fare”. Orwell si legge per imparare l’inglese, per imparare a leggere la nostra societa’, per diventare cittadini coscienti, critici e responsabili, perche’ Orwell non e’ un libro, e’ adesso.

Gli studenti devono capire che l’atto di imparare non riguarda solo il contenuto superficiale di quello che viene insegnato, ma una varieta’ insospettabile di altre capacita’, e sono queste ad avere la straordinaria proprieta’ transitiva da una materia all’altra, dalla scuola alla vita di tutti i giorni. La matematica, per quanto mi dia pena ammetterlo, esercita la capacita’ di risolvere dei problemi tramite processi schematici. Questa stessa capacita’ e’ quella che ci permette, ad esempio, di resettare il timer per irrigare il prato (cosa che infatti ne’ io ne’ mia madre siamo in grado di fare). E sono queste, non certo saper risolvere un’equazione, le capacita’ che si riveleranno poi necessarie anche nel mondo del lavoro (ovvero in tutte le professioni che non hanno a che fare direttamente con la fisica o la matematica).

Con questi presupposti si potrebbe dedurre che sia nell’interesse della scuola fornire agli studenti il maggior numero possibile di opportunita’; affinche’ la pluralita’ di contesti faciliti ciascuno studente, con le proprie specifiche attitudini, ad apprendere, esercitare ed esprimere le proprie uniche ed individuali capacita’.

La scorsa settimana la dirigenza del Liceo che ho frequentato da ragazza, ha deciso di “sospendere” il corso di teatro che da vent’anni rappresentava la sola ed unica attivita’ extra scolastica disponibile agli studenti (se permettete non intendo considerare i recuperi di matematica come attivita’ extra scolastica). Una delle motivazioni addotte a questa “amara” decisione era basata sulla scarsa attinenza degli spettacoli proposti con il curriculum scolastico. In altre, politicamente scorrette (e quindi inutilizzate), parole il teatro, fatto a scuola, non serve a niente.

Certo, infatti il teatro non insegna proprio nulla. Non e’ un’attivita’ che implica e stimola creativita’, empatia, capacita’ di lavorare con gli altri, memoria, concentrazione, impegno, percezione di se’, autostima, coraggio, comunicazione, inclusione, catarsi, costruttiva evasione, riflessione. Trovatemi, se riuscite, un’altra materia, una di quelle “importanti”, che possa dare tutto questo ad uno studente.

E se proprio il metro di giudizio di quello che viene ammesso nel mausoleo scolastico deve essere l’utilita’, allora che qualcuno si metta ad insegnare a cambiare l’olio della macchina, aprire un fondo pensione e fare le lasagne senza glutine, che sono senza dubbio alcuno piu’ utili di sapere come funziona il tubo catodico (che non lo fanno neanche piu’).

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